Crisi Mutui apre una voragine da 400 miliardi

Vacilla la fede liberista di Wall Street. Ma la nuova fattura dei mutui subprime è meno salata della bolla Internet!
Quando, in piena estate, scoppia la «bolla» dei mutui subprime, il capo della Federal Reserve, Ben Bernanke, azzarda una previsione: la conseguente crisi finanziaria sarebbe costata all’economia americana 50-100 miliardi di dollari. Due mesi dopo il Fondo monetario internazionale porta quella stima a 200 miliardi di dollari, prendendo atto che la crisi continua a rivelarsi ogni giorno più profonda e ramificata. Ma la grandinata di cattive notizie provenienti dalle banche è continuata.
La Merrill Lynch, che ha appena licenziato il suo «numero uno» ed ha denunciato perdite doppie rispetto a quelle dichiarate appena due settimane fa, ieri ha perso un altro 8 per cento in Borsa: gli operatori si stanno convincendo che ben presto verranno fuori altri «buchi» miliardari. Fosche nubi anche sul gigante Citigroup: nel weekend, a mercati chiusi, si terrà un vertice d’emergenza che potrebbe risolversi con l’uscita di scena del presidente e amministratore delegato Chuck Prince e la denuncia di nuove perdite patrimoniali.
Questa situazione sempre più caotica spinge molti economisti a prevedere che il costo complessivo della crisi tra perdite delle istituzione finanziarie e oneri a carico dei risparmiatori possa arrivare addirittura a 400 miliardi di dollari. Molto più dei 240 miliardi, cifra calcolata tenendo conto dell’inflazione, bruciati vent’anni fa dall’economia Usa per il disastro delle S&L, le casse di risparmio.
Quella crisi sfociò in una recessione. Il sistema oggi corre un rischio analogo, anche se i dati più recenti relativi all’andamento del Pil e dell’occupazione danno la sensazione che l’economia reale stia tenendo meglio del previsto, aiutata in questo dal dollaro debole e dall’aumento delle esportazioni. Robert Shiller, l’economista che alla fine degli anni ’90 fu il primo a prevedere la fine della galoppata della «net economy» col suo libro «Esuberanza irrazionale», già ritiene di vedere i segni premonitori di un arretramento dell’economia e il netto calo dell’indice di fiducia dei consumatori registrato tre giorni fa rischia di dargli ragione.
Bisogna però anche tener conto che la perdita di valore degli immobili per quanto imponente non dovrebbe raggiungere le dimensioni di quella subita dai mercati azionari quando scoppiò la «bolla» tecnologica degli anni ’90: allora il listino perse il 40 per cento del suo valore. La
capitalizzazione delle Borse scese di 7 mila miliardi di dollari. Stavolta gli economisti prevedono una flessione dei valori immobiliari compresa tra i 2 e i 4 miliardi di dollari. La verità è che la situazione è molto fluida, incerta: ogni tentativo di metterla a fuoco facendo ricorso a una grandinata di cifre rischia di rendere il quadro ancora più difficile da decifrare. Anche perché, i gravi problemi finanziari che devono essere fronteggiati hanno anche un rilevante impatto sociale e psicologico, in un Paese nel quale ben due milioni di persone rischiano di perdere la casa in cui vivono, non essendo più in grado di pagare le rate del mutuo.
Più che dai numeri, così, l’estrema delicatezza della situazione viene ben messa in luce da un editoriale del Wall Street Journal, quotidiano di sicura fede liberista, che per una volta mette da parte la sua fiducia assoluta nei meccanismi del mercato e suggerisce alle banche di ridurre spontaneamente i tassi d’interesse applicati alla clientela più vulnerabile. Il giornale sa bene di formulare una proposta poco ortodossa, ma ritiene
che in un momento così difficile si debba puntare al minore dei mali: «Comprendiamo che proporre di riscrivere i contratti che regolano i mutui solleva problemi assai delicati, ma se c’è un caso in cui un comportamento “illuminato” delle banche può risultare per loro anche vantaggioso, è proprio questo: meglio incassare un flusso ridotto di interessi che accusare una perdita secca perché i debitori non riescono più a onorare i loro impegni».
Una revisione volontaria dei contratti viene appoggiata dai liberisti anche perché, davanti a un aggravamento della situazione che trasformasse la crisi finanziaria in crisi degli alloggi, la politica inevitabilmente interverrebbe con un piano di «salvataggio » pagato coi soldi dei contribuenti. Le società che hanno emesso i mutui probabilmente accetteranno il suggerimento che viene loro dal giornale finanziario, ma anche dalle «authority» federali del credito. Countrywide – il gruppo che ha emesso il maggior volume di mutui e anche uno dei più spregiudicati nell’attirare clienti con prestiti le cui rate di rimborso, inizialmente abbordabili, diventano onerosissime dopo due o tre anni – ha già aderito a questa sollecitazione,
impegnandosi a modificare entro fine anno le condizioni di mutui a tasso variabile per un valore di 16 miliardi di dollari.
L’autore di «Esuberanza irrazionale», che anticipò la crisi della net economy, sostiene che ci siano segni premonitori di un arretramento dell’economia americana Recessione o no, è ormai chiaro che gli Usa dovranno affrontare un periodo di rallentamento della loro economia. Ma non
è detto che tutti i mali vengano per nuocere. Il dollaro a quota 1,45 sull’euro preoccupa, comprensibilmente, le imprese del Vecchio continente.
Ma se l’indebolimento della loro valuta dovesse consentire agli Usa di compensare con le maggiori esportazioni il calo della domanda interna e dovesse favorire una più rapida riduzione dello stratosferico deficit commerciale statunitense, si attenuerebbe il più grave degli squilibri che oggi pesano sul commercio internazionale.
A quel punto, davanti a una ripresa della produzione di beni e servizi, diverrebbe più remoto anche il rischio di ritrovarsi con un’America a guida democratica che, ansiosa di archiviare gli anni di Bush ed esasperata da una globalizzazione della quale percepisce soprattutto alcuni aspetti negativi, cede alla tentazione di chiudersi in una sorta di neoprotezionismo. Lo scenario «virtuoso», comunque, non si materializzerà facilmente. I dati sull’occupazione non devono illudere: intanto sono molti gli esperti che dubitano dell’accuratezza delle statistiche del Dipartimento del Lavoro. E, comunque, dietro i 166 mila nuovi posti creati in ottobre non c’è tanto una crescita dell’impiego nel settore manifatturiero, che ha registrato un calo della manodopera, o nei servizi alla produzione, quanto un incremento nella pubblica amministrazione 36 mila addetti in più e nella sanità: un settore socialmente prezioso, ma gestito in modo economicamente poco efficiente e già sovraccarico di addetti. La crisi, infine, sembra destinata a fare una pulizia salutare nel sistema bancario. È arrivata l’ora della resa dei conti per citigroup, ma anche per le cinque grandi banche d’investimento di Wall Street: Merrill Lynch ha già voltato pagina mentre anche per Bear Stearns – il primo istituto che si trovò in difficoltà nell’estate scorsa – potrebbe essere vicino il momento del riassetto. Meno definita la posizione di Morgan Stanley, mentre Goldman Sachs e Lehman, le istituzioni finanziarie che hanno saputo calcolare meglio i rischi che si assumevano, sembrano sostanzialmente fuori dalla mischia.

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Luca M.

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