PD: Il dopo Renzi! Il Pd vota l’opposizione

Ancora una volta si discute in merito al futuro del PD e alla possibile direzione del Partito democratico che prenderà a seguito delle dimissioni di Renzi. Ad oggi quello che sappiamo è che il PD frena sulle primarie, e come tale restano alte le tensioni.

Allo stesso modo, si parla di scissione e di un partito dei Renzi.

In pratica a seguito delle dimissioni di Matteo Renzi e della relazione del vicesegretario Maurizio Martina, oggi si discute su “unità” e “collegialità”.

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Questa la direzione del Partito democratico che deve ancora ufficializzare la fine dell’era Renzi.

Il leader uscente infatti potrebbe non esserci e parlare tra un mese in assemblea. Allo stesso tempo, fino all’ultimo si riserva di cambiare idea.

Possiamo anche dire che di sicuro non spariranno i Renziani: infatti il Pd, sostiene Matteo Orfini, non si “ricostruisce senza il contributo di Renzi“.

Allo stesso tempo tra i Dem si moltiplicano i ‘rumors’ su un possibile nuovo partito di Renzi, sulla falsa riga della Macron.

Ad oggi però non ci sono fonti ufficiali. Quello che si sa è che lui non sarà più segretario e allo stesso tempo non molla il Pd.

La ‘reggenza’ del Pd passa intanto a Martina che in direzione annuncerà una gestione collegiale della travagliata fase di transizione.

Egli afferma

“Spetta a chi ha vinto la responsabilità del governo”, dovrebbe dire Martina, ponendo il Pd all’opposizione.

Il dopo che passa per le nomine in Parlamento e la formazione del governo, riserva tante incognite!

Orfini non chiude preventivamente a un eventuale governo del presidente sostenuto da tutti i partiti.

Allo stesso tempo, il tentativo è quello di evitare ‘conte’.

In pratica si ragiona di una presidenza renziana e una di mediazione.

Matteo Orfini tira il Pd fuori anche dalle presidenze delle Camere, definendo “legittimo” che vadano a M5s e Lega, con una soluzione che eviterebbe dispute interne.

Purtroppo non è semplice fare questo. I prossimi passaggi sono tutt’altro che scontati e tra i Dem vi è anche chi non reputa chiusi i giochi neanche per la presidenza delle Camere.

Questo vuol dire che il primo ostacolo so si deve al Pd che dovrebbe essere tutto unito per trattare.

Oggi si ripartirà da dimissioni “vere” di Renzi e da una analisi della sconfitta che Martina promette non assolutoria.

Nella metà di aprile dovrebbe tenersi l’assemblea del partito.

In quella sede si dovrà scegliere se eleggere un nuovo segretario o convocare il congresso.

Allo stesso tempo, molti nel partito (tranne qualche pasdaran renziano) sembrano concordare sull’inopportunità di primarie subito. In pratica si cerca un segretario ‘di unità’ in vista del congresso, da tenersi nel 2019.

In questo caso la scelta potrebbe ricadere come una figura come Graziano Delrio, anche se ora si tira fuori, mentre avrebbero meno chance nomi come Nicola Zingaretti (il quale unisce un ampio fronte di sinistra) o anche Carlo Calenda, molto vicino a Paolo Gentiloni e sempre più attivo.

Alla resa dei conti può ancora riservare sorprese, perché gli animi sono accesi.

Qui non si cerchi in Renzi, avverte Orfini alla vigilia della direzione, il “capro espiatorio” con “abiure” per “cancellare responsabilità” della sconfitta che sono di tutti, incluso chi “ha fatto il ministro per cinque anni”

Quindi in un clima così incerto, la direzione si annuncia molto partecipata con le diverse aree che serrano le truppe.

Allo stesso tempo Orfini, da presidente del partito dovrebbe partecipare alle consultazioni al Colle con il vicesegretario Martina e i futuri capigruppo. Essi affermano che sostenere il governo M5s significherebbe “la fine del Pd”.

Dal lato opposto Emiliano spinge per un’intesa con i Cinque stelle e i suoi avanzano il sospetto che alla fine un accordo si faccia con il centrodestra:

“Renzi vuole trasformare il Pd in una bad company”, attacca Dario Ginefra.

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Tommaso Piccinni

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