INPS e lavoro: crolla il Jobs Act con un +31% di licenziamenti nel 2016

Una volta finita la festa si torna tutti  a casa. Questo in breve è quanto successo con il Jobs Act. Finiti gli effetti degli sgravi contributivi, i lavoratori sono tutti i a casa. Questo è almeno quanto emerso dai dati dell’Osservatorio sul precariato relativi ai primi 8 mesi del 2016.

In sostanza, ad essere maggiormente colpiti sono stati i contratti a tempo indeterminato con un -395.000, pari a -32,9%.

In aumento invece i contratti a tempo indeterminato, dove si registrano 2.385.000 assunzioni, facendo segnare un aumento sul 2015 del 2,5% e rispetto al 2014 un 5,5%.

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Jobs Act crollo delle assunzioni

dopo il taglio degli sgravi contributivi per le aziende, pesa sul mercato del lavoro l’effetto del Jobs Act. In sostanza si stano registrando meno assunzioni e più licenziamenti.

Purtroppo l’effetto sperato e voluto della riforma del lavoro voluta da Matteo Renzi non ha sortito gli effetti sperati. Secondo i dati forniti dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps, nei primi 8 mesi, di entrata in vigore a pieno regime del Jobs Act, i licenziamenti aumentano.

Infatti, stando a quanto è successo negli ultimi anni, con l’eliminazione dell’art. 18 e e con la fine degli incentivi o sgravi contributivi, non si sono creati i nuovi posti di lavoro tanto sperati, anzi il trend fa registrare tutt’altro:

  • -8,5% di assunzioni;
  • +31% di licenziamenti;

Questo è il rapporto confrontato con gli stessi mesi dello scorso anno. Se poi consideriamo i licenziamenti disciplinari, si registra un 28% in più. Queste manovre non hanno fatto altro che aiutare solo e soltanto le aziende a licenziare i lavoratori. Infatti il Jobs Act ha ha reso più facile questo processo.

Licenziamenti disciplinari e Jobs Act

Con il Jobs Act, crescono anche i licenziamenti disciplinari i quali per altro non prevedono nessun reintegro. Come notiamo, nei periodo preso in esame (primi 8 mesi del 2016) crescono i licenziamenti inerenti ai contratti a tempo indeterminato facendo registrare un passaggio da 290.556 a 304.437. In aumento sopratutto quelli legati ai provvedimenti disciplinari, che sono definiti per giusta causa e giustificato motivo.

Sono gli 8 mesi passati che fanno registrare come abbiamo visto sopra, un +285% passando dai 36.048 licenziamenti del 23015 a 46.255 del 2016.

Infatti per tutti coloro che sono stati assunti con il contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs act a partire dal marzo 2015, sono cambiate le sanzioni in caso di licenziamento ingiusto. Inoltre la cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori rendono più agevoli i licenziamenti con l’impossibilità per altro di reintegro nel posto di lavoro.

Jobs Act: fallimento totale

Non è solo l’INPS a confermare questo, ma anche altri indicatori economici che testimoniamo come gli effetti positivi del provvedimento firmato dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti non siano stati efficienti e tutto quello da questo promesso non possono essere altro che considerati come un lontano ricordo.

Purtroppo anche il governo si è reso conto del suo operato e dopo aver speso oltre 14 miliardi per gli sgravi, ha dichiarato che il Jobs Act non ha dato gli effetti sperati. Anche nella legge di stabilità 2017, gli sgravi non saranno così eccessivi come questi, tranne che per i giovani che vengono assunti dopo uno stage o tirocinio. Rimarranno per tanto solo per questi attivi.

Boom di Voucher nei primi 8 mesi del 2016

Inoltre i licenziamenti sono anche causa dell’aumento dei voucher che li possiamo considerare come la nuova frontiera del precariato. Infatti, esaminando il periodo gennaio-agosto 2016, possiamo notare come se ne siano venduti 96,6 milioni con un incremento, rispetto ai primi 8 mesi dello scorso anno del 35,9%.

Retribuzioni con il Jobs Act

Infine per quanto riguarda le retribuzioni mensili, possiamo notare come le assunzioni a tempo indeterminato intervenute nei primi 8 mesi di riferimento, evidenziano anche una riduzione dello stipendio. Infatti, oggi possiamo registrare un boom di coloro che percepiscono meno di € 1.750 rispetto allo stesso periodo del 2015. Una tendenza che non tende a diminuire.

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Tommaso Piccinni

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