Coronet: “Costretti a delocalizzare in Vietnam”

Troppo presto per chiarire il futuro delle tre sedi di Coronet, azienda attiva nella produzione di pelle sintetica utilizzata nei settori della calzatura, della pelletteria e dell’abbigliamento. «Sto per andare in riunione per discuterne con il management, certo è che il mercato italiano è crollato», dice Jarno Tagliarini a Corriere.it. La sede operativa a Corsico, nel milanese. Due stabilimenti nel Lazio: uno a Cisterna di Latina, l’altro a Velletri. L’ultimo nel Guangdong a Huizhou, con oltre 300 addetti.

Vietnam

L’INGRESSO IN VIETNAM – Ora – scrive il Wall Street Journal e conferma Tagliarini al Corriere – l’ipotesi di una prossima apertura in Vietnam, «Paese sufficientemente sviluppato a livello infrastrutturale e con un costo del lavoro più basso», ammette il manager. «Siamo costretti – rincara – perché tutti i calzaturifici nostri clienti stanno delocalizzando lì. E se vogliamo sopravvivere, mantenendo anche i livelli occupazionali in Italia (oltre cento addetti e un fatturato domestico da 12,5 milioni di euro, ndr) non abbiamo alternative. O investiamo nel sud-est asiatico o si muore».

GLI INVESTIMENTI – Il caso Coronet non è l’unico. Anzi, è preso a modello dal quotidiano americano per rilevare una tendenza sempre più diffusa. Che manda progressivamente in soffitta gli ultimi trent’anni di flussi d’investimento a livello globale. Dall’apertura al mercato di Deng Xiaoping la Cina si è trasformata in un’autentica piattaforma manifatturiera su scala mondiale. Attraendo gli investimenti diretti da parte delle aziende dei Paesi occidentali. La ratio è stata spiegata infinite volte dagli economisti e si origina da un costo del lavoro più basso, capace di far realizzare maggiori profitti. Ovvio che si tratti di prodotti a basso valore aggiunto, tendenzialmente semi-lavorati indicati per la sub-fornitura.

IL SETTORE – Il comparto calzaturiero è uno di quelli maggiormente interessati da questa migrazione di massa verso Paesi capaci di abbattere i costi di produzione. Finora era stata la Cina a fare la parte del leone. Ora anche il Paese del Dragone sta riconvertendo il proprio modello industriale su lavorazioni a più alto valore aggiunto. Non solo nel tessile, ma anche nell’elettronica di largo consumo. Il mercato domestico cinese cresce sempre più. Diventa più selettivo, i consumi si stanno orientando verso una maggiore ricerca del gusto e dell’eleganza per la crescita del potere di acquisto del ceto medio cinese. E al contempo anche le pressioni sindacali si fanno sentire rivendicando aumenti salariali e così un costo del lavoro in progressivo aumento. Ecco perché per la prima volta dalla Grande Crisi gli investimenti diretti esteri verso la Cina nel 2012 sono scesi del 3,7%, una caduta che gli osservatori definiscono ciclica, ma che alcuni pensano sia l’inizio di un trend senza possibilità di inversione. Così la decisione di chi come la Coronet di puntare su Vietnam, Indonesia e Thailandia. «Per ora restiamo anche in Cina – spiega Tagliarini -. Il problema semmai è l’Italia, spero il prossimo governo capisca che senza una riduzione delle tasse la domanda interna non riparte e il rischio è chiudere». Con o senza Vietnam a farci restare a galla.

Fonte: corriere.it

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Luca M.

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