Ultimamente si è fatto strada una sorta di partito “inflazionistico” che vede come pericolo fondamentale da affrontare nel breve termine la forte crescita dei prezzi conseguente all’eccesso di liquidità immessa dalle banche centrali di tutto il mondo.
A lanciare l’allarme questa volta è l’agenzia Fitch che si scaglia contro la Cina, indicandola come la possibile fonte da cui si potrebbe originare una nuova bolla speculativa in grado di innescare una crisi del suo sistema finanziario.
“Stiamo parlando di una crisi sistemica” ha precisato in un’intervista all’agenzia Bloomberg Richard Fox, senior director della sede londinese dell’agenzia, sottolineando che si tratterebbe di “qualcosa che coinvolge tutte le banche più importanti e, tecnicamente, decapitalizza il sistema bancario” di Pechino (a cui Fitch assegna al momento un rating di MPI3).
Il problema, sia per i paesi sviluppati sia per la Cina, è legato come detto alla mostruosa massa di liquidità iniettata nel sistema per impedire il collasso dei mercati del credito durante la crisi economico-finanziaria del biennio 2008-2009: nell’ambito delle misure straordinarie varate dal governo cinese per fronteggiare la crisi globale, ad esempio, gli istituti di credito del paese asiatico hanno concesso, tra il 2009 e il 2010, 17.500 miliardi di yuan di nuovi prestiti (ossia circa 2,7 triliardi di dollari, oltre 1.900 miliardi di euro).
Un diluvio di denaro che in gran parte è finito con l’essere utilizzato per realizzare progetti immobiliari, causando continui aumenti nel valore delle proprietà (secondo l’ufficio nazionale di statistica cinese nel 2010 i prezzi sono cresciuti in media del 18%).
Proprio per sgonfiare la bolla, preoccupato da un’inflazione nel frattempo arrivata a viaggiare al ritmo del 5% annuo, Pechino ha varato una serie di misure restrittive sia per frenare la corsa al credito in generale, con una crescita dei tassi d’interesse, giunto al 6,06% sui prestiti a un anno e al 3% sui depositi, oltre che dei coefficienti di riserva obbligatoria delle banche, ormai al 19,5% per gli istituti maggiori e al 16% per quelli di minori dimensione.

