Dopo aver costruito il numero tre del lusso mondiale intorno a marchi come Gucci e Saint Laurent, Pinault ha deciso di rinfrescare il portafoglio gettandosi nel sportlifestyle, genere a mezza strada tra lo sport e la moda. Gli viene comodo l’apporto del terzo marchio mondiale nell’abbigliamento sportivo, il quale da tempo era a sua volta alla ricerca di un partner solido abbastanza da affrontare le spallate potenti dei colossi Nike (che a comprare Puma s’è provata, nel gennaio 2006, invano) ed Adidas. Ppr punta a ricollocare il catalogo Puma su una gamma più alta, aggiungendo a sport e moda quel tocco di lusso della casata, e approffittando dell’occasione per rinverdire l’immagine del resto della scuderia. Entusiasta Jochen Zeits, l’ad Puma: «è il partner ideale», dice, e invita gli azionisti ad aderire all’offerta francese. Sul mercato, viceversa, è già partita la speculazione: si scommette su un rialzo (330 euro sembran pochi), e a Francoforte ieri il titolo Puma ha messo a segno un rialzo del 9,44%.
Ce n’è abbastanza da impensierire Nike ed Adidas. E se per i primi si tratta «solo» di affari, per i secondi lo spauracchio Puma è un fantasma di famiglia: tra il fondatore, Rudi Dassler e suo fratello Adolf «Adi» Dassler (naturalmente mister Adidas) e le rispettive aziende negli anni Cinquanta si scatenò una feroce guerra di campanile. Raccontano che a Herzogenaurach bastasse scambiare due parole con un operaio dell’«altra» fabbrica per essere licenziati. Altro che risiko.
